Per il nostro ciclo di interviste, questa volta ho raggiunto via mail Andrea Simonato, noto a Flickr (il famoso network di photosharing) semplicemente come ִ coso. Andrea ha 37 anni ed è di Este, in provincia di Padova. Lo seguo da diverso tempo poichè ne apprezzo la capacità di tirare fuori ed esaltare la bellezza del quotidiano, del banale, di ciò che sta ai margini, nella silenziosa zona d’ombra del nostro vivere frenetico. Cominciamo.

Qual è la tua formazione e come ti sei avvicinato alla fotografia?
Direi che tutto sommato ho fatto un percorso piuttosto ordinario. Sintetizzando: prima è venuto l’istituto d’arte,  poi qualche anno d’architettura e tra le due cose è nato da sè, quasi fisiologicamente, un crescente interesse verso la fotografia che è via via maturato verso un qualcosa di sempre più compiuto. Determinate in tal senso è stata per me la scoperta del lavoro di Luigi Ghirri, che mi ha letteralmente aperto le porte verso un nuovo modo d’intendere la fotografia.

Descrivi il tuo lavoro e spiegami i motivi delle tue scelte artistiche, per esempio l’uso di macchine come la Polaroid o la Holga.
In genere, salvo qualche eccezione, prediligo lavorare su progetti/serie di immagini per il semplice motivo che mi piace pensare ad ogni singolo scatto non come a un qualcosa di chiuso in se stesso ma come ad un elemento modulare, ad un tassello che va poi a definire un’immagine idealmente più ampia. Attualmente sto portando avanti una serie riguardante  oggetti e frammenti rinvenuti lungo la strada, una sorta di collezione di immagini di cose perdute e scartate di cui purtroppo sono spesso pieni i margini delle nostre strade. Riguardo invece la scelta di utilizzare Polaroid e Holga direi che banalmente ciò che più mi affascina in esse è proprio la loro attitudine lo-fi, il fatto che ci sia sempre un elemento di approssimazione, di incertezza, qualcosa di fuori controllo che potrebbe essere la pellicola scaduta piuttosto che la messa a fuoco incerta. Elementi questi che se da un lato rendono imprevedibile il risultato finale dall’altro, a mio parere, contribuiscono a rendere l’immagine nuovamente “fragile” rinnovando ogni volta lo stupore di fronte al suo farsi e caricandola perciò di un’addizionale dose di magia.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?
Beh, l’ispirazione viene spesso dalle cose più disparate e inaspettate, anche se devo ammettere che ultimamente gli stimoli maggiori  vengono proprio navigando in rete dove mi capita sempre più frequentemente di imbattermi in fotografi e artisti veramente interessanti (Flickr stesso, per quanto magmatico possa essere, è pieno di sorprese in tal senso). Però, se proprio dovessi farti il nome di un fotografo a cui attualmente penso spesso direi senza dubbio Guido Guidi, anche se, pensandoci bene, non so poi fino a che punto abbia a che fare con quello che faccio.

Quanto tempo impieghi per ideare uno dei tuoi scatti?
Se intendi il singolo scatto direi non molto a livello pratico, spesso si tratta di semplici istantanee, e a meno che non faccia qualcosa con il grande formato il processo è veloce. Non amo studiare molto le inquadrature, il più delle volte conta la prima intuizione, dato che in genere quando decido di scattare ho già in mente l’immagine che voglio.

Ti avranno già fatto questa domanda, ma quanto c’è di Mimmo Rotella nella serie “Paper People”?
Tantissimo, se consideri che si tratta in entrambe i casi di manifesti strappati.  In realtà a posteriori direi che potrebbero essere i   “Paesaggi di cartone” di Ghirri il riferimento principale, anche se  quando ho iniziato a scattare quella serie avevo in mente più Diane Arbus e i suoi ritratti di freak che non Rotella o Ghirri.  Nelle mie intenzioni infatti  “Paper people” doveva originariamente essere semplicemente una raccolta di ritratti  alterati dal caso, trasformati in altro rispetto la loro origine e tramutati in quel che chiamerei appunto dei post-freak. Certo, non sempre poi ho mantenuto fede all’idea originale ma in linea di massima questi erano i presupposti.

Molti tuoi scatti sembrano nature morte suburbane, mostrano residui di esistenza vicini al disfacimento. Si può parlare di un’estetica della decadenza?
Non saprei, quello che in realtà mi interessa di più è trovare dei punti di riconciliazione con quello che viene normalmente percepito come degrado.  Fotografarlo,  cercando di qualificarlo esteticamente, è da parte mia solo un mezzo per imparare a convivere con esso ed arrivare in qualche modo ad accettarlo. Non so se questa si possa definire un’estetica decadente.

Ritieni che sia dato sufficiente spazio agli artisti nei canali istituzionali? Come ritieni che si possano superare i limiti dell’arte ufficiale?
Credo che il discorso potrebbe essere complesso, obiettivamente però non saprei dirti se lo spazio dedicato agli artisti possa considerarsi sufficiente o meno,  tuttavia penso che  in fondo, allo stato attuale, gli artisti non abbiano poi così un necessario bisogno dei cosidetti canali istituzionali per promuovere il proprio lavoro, o perlomeno non più come un tempo. In tal senso credo che proprio internet giochi oggi, e sicuramente lo farà ancora di più in futuro, un ruolo chiave come strumento per fruire l’arte (se non anche per farla) e proprio per questo motivo  a mio avviso potrebbe essere designato come lo strumento più indicato per superarne gli attuali limiti.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ho qualche idea ancora un pò troppo abbozzata per parlarne, staremo a vedere.