Nuovo appuntamento con Vis-à-vis, giunto al capitolo 19. Oggi incontriamo Franco Monari, conosciuto sulle pagine di I love that photo. Con le loro prospettive lunghe e inquiete, molti dei suoi scatti ritraggono luoghi desolati e abbandonati, esempi di archeologia industriale ma anche posti familiari, segnati dal passaggio dell’uomo, un passaggio a volte doloroso. Forte è, inoltre, l’influenza degli anni ’80 e di alcuni importanti fotografi del passato. Buona lettura e buona visione.

Chi è Franco Monari? Dove e quando è nato?
Non chiedetelo a me; so solo che è nato a Carpi, vicino Modena, nel 1981.

Qual è stata la tua formazione e come ti sei avvicinato alla fotografia?
Sono giunto alla fotografia in maniera del tutto involontaria. Il mio percorso artistico comincia infatti con la pittura, un periodo della mia vita durato quasi dieci anni, in cui mi servivo anche di macchine fotografiche usa&getta per fissare i paesaggi che poi avrei ridipinto su tela. Con il passare degli anni l’amore per la pittura si è spento e mi sono ritrovato senza accorgermene a girare sempre con una reflex a portata di mano.

Quali sono le tue fonti di ispirazione? E se guardi alla storia della fotografia, chi sono i tuoi maestri?
Le fonti sono molteplici e di natura diversa. In linea generale subisco molto l’influenza degli anni ’80, del suo “mood”, della sua musica New Wave e di alcuni telefilm che guardavo da bambino, specialmente L’ispettore Derrick per via dei colori e del clima “casareccio”.
Ovviamente guardo molto anche alla storia della fotografia e non posso che soffermarmi con ammirazione sugli scatti di Ghirri, di Basilico, di Barbieri, di Thomas Ruff, di Robert Polidori, dei coniugi Becher, di William Eggleston e tanti tanti altri ancora.

Le tue fotografie sono dettate da particolari stati d’animo? Quali sensazioni vuoi comunicare attraverso le tue opere?
In effetti penso proprio di soffermarmi su certi soggetti e non su altri poprio in base ad un mio determinato umore. Fino all’anno scorso non mi era mai passato per la mente di fotografare qualcos’altro che non sia un interno in stato di abbandono. Oggi, invece, sento di più l’esigenza di aprirmi, di stare en plein air, di conoscere il territorio che mi circonda; ecco il perchè del ciclo Ognigiorno.
Quali sensazioni voglio comunicare? In realtà mentre scatto una fotografia penso a tutto forchè a come o da chi questa verrà fruita. L’esecuzione deve inanzitutto soddisfare un mio piacere visto che non fotografo per ottenere un manufatto stampato ad hoc; per me la fotografia è prima di tutto un gesto, un’azione, un modo per relazionarsi con il mondo. La stampa finale è solo una testimonianza di questa operazione.

Descrivimi il modo in cui lavori, le varie fasi attraverso cui passa la realizzazione di uno scatto.
Nel caso delle fotografie d’interni, mi trovo a dover fotografare luoghi importanti per la storia ed il vissuto di cui sono ancora ricchi; luoghi che non conosco e che visito per la prima volta. Mi riservo perciò molto tempo per studiare bene l’architettura del luogo, le sue linee, la sua luce. E’ una fase in cui esploro l’edificio ancora “disarmato”: solamente quando ho le idee chiare inizio a fotografare. Per quel che riguarda il paesaggio, la scelta del soggetto è senza dubbio più istintiva e per questo il più delle volte oscura anche a me. Non cerco il soggetto, ma lascio che questo si presenti a me in maniera casuale durante un viaggio o un breve spostamento. E’ raro che io esca di casa con la sola volontà di fotografare il paesaggio.

La tua produzione è costruita secondo la struttura di progetti fotografici. Quanto tempo impieghi per ideare e realizzare una delle tue serie?
Mi piace sviluppare progetti, non mi fermo ad un singolo scatto. Penso che i progetti diano ancor più valore ed importanza alle fotografie; inoltre il progetto è una sorta di promessa che l’autore fa verso la fotografia e verso se stesso: nell’arte la disciplina e la costanza sono di vitale importanza.
Non ho fretta nella realizzazione dei miei lavori e così un progetto può restare “aperto” anche per quatto anni, come per Memorabilia che ancora non reputo concluso, ma in pausa.

Quali macchine fotografiche usi di solito? Si tratta di scelte funzionali al tipo di immagini che vuoi ottenere?
Ho diverse macchine, sia analogiche che digitali, reflex, polaroid e le cosidette “toys camera”, ma uso quasi sempre la stessa Nikon per tutte le fotografie.
Dedico molta più attenzione alla scelta dell’ottica che a quella del corpo macchina e per il genere di fotografie che scatto uso principalmente grandangoli spinti, un “cinquantino” e un obiettivo decentrabile.

Memorabilia e Ognigiorno sono due serie diverse nei contenuti ma simili a livello formale. In entrambe si coglie il senso dell’assenza e della perdita. Non ci sono figure umane e anche il livello cromatico è mantenuto su tinte basse e fredde. Raccontami le ragioni di queste scelte stilistiche.
Non mi piace e non m’interessa fotografare l’uomo in maniera diretta e soprattutto mescolato nel paesaggio o nella foto d’architettura. A me sta a cuore riportare le opere architettoniche dell’uomo, ma anche la conoscenza e la comprensione del paesaggio; inserire una figura umana all’interno di quelli che sono già di per se dei soggetti principali crea solamente confusione. In ogni caso l’uomo è sempre presente in ogni mia fotografia: una macchina, un palo della luce, un prato ben falciato sono tutte tracce dell’uomo.

La serie Memorabilia ha per soggetti due luoghi che mi affascinano da sempre: fabbriche dismesse ed ospedali psichiatrici abbandonati. C’è bisogno di particolari permessi per potervi accedere?
L’educazione ed il rispetto delle leggi impongono certamente un permesso dei proprietari, ma io non li chiedo mai, se non nei casi in cui l’edificio sia veramente ben chiuso e custodito.
Di norma scavalco i cancelli o entro da finestre rotte.

Ognigiorno, il tuo progetto in progress, ha per ora quattro sezioni. Ci anticipi qualcosa sul futuro di questa serie? O su altri lavori che hai in mente?
Ognigiorno è un progetto iniziato timidamente nel 2008, e tutt’ora in via di sviluppo, alternando l’uso di una polaroid ad una reflex. Le idee di base sono a me già chiare e ben consolidate, dunque un’indagine fotografica sul paesaggio a me più familiare, ma i titoli delle serie che fanno capo alla radice madre Ognigiorno, o la collocazione degli scatti, sono in costante cambiamento. Infatti, nel breve tempo intercorso tra la nostra conoscenza e la pubblicazione di questa intervista, ho deciso di cambiare alcuni titoli e smembrare una serie in due categorie ben distinte.
In futuro vorrei dedicare molto più tempo e attenzione per fotografare la Polonia, un paese in cui da bambino ho trascorso molte estati ed altrettanti natali. Tutt’ora continuo a visitarla annualmente per tenere viva questa mia origine, ma non sono mai riuscito ad instaurare una giusta sintonia fotografica con il luogo.

E ora una domanda un po’ meno “personale”. Pensi che sia dato sufficiente spazio agli artisti nei canali istituzionali? Come ritieni che si possano superare i limiti dell’arte ufficiale?
Per gli artisti quotati lo spazio non manca mai, per quelli emergenti le cose sono diverse. Bisogna però dire che negli ultimi anni ho notato un interesse decisamente maggiore verso i giovani, ma il problema non è tanto lo spazio per gli artisti, ma lo spazio in generale destinato alla fotografia. Purtroppo in Italia non si è ancora consolidata una cultura della fotografia e questa continua a essere vista una tacca sotto alla pittura. Le acquisizioni fotografiche sono sporadiche; molte gallerie trattano solo pittura o direttamente il video; le poche riviste specializzate sono pietose; molti concorsi di un certo livello hanno sì la sezione fotografica, ma poi ti ritrovi a essere giudicato da architetti famosi. Insomma: credo che ci sia ancora molto da fare, ma qualcosa si sta già muovendo nella giusta direzione.

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