Il Vis-à-vis di oggi vede come protagonista uno dei membri del collettivo Massagrigia. Lui è Luca Ragazzi, romano innamorato della sua città ma anche instancabile viaggiatore (anche grazie ad un documentario, Improvvisamente l’inverno scorso, di cui è regista e che lo porta in giro per il mondo). Lo si comprende osservando le sue fotografie, naturalmente in bianco e nero, scattate posando lo sguardo su dettagli alla portata degli occhi di tutti ma che il più delle volte passano inosservati. L’attenzione di Luca, invece, ne coglie le geometrie, ne mette a nudo la forza e la sostanza, ne racconta la storia in modo sottile e silenzioso. Alla fotografia architettonica, bilanciata nella sua astrazione, si affiancano scatti di stampo reportagistico ed altri più intimi, dal sapore domestico.

Chi è Luca Ragazzi? Dove e quando è nato?
Non mi è facile dire chi sono; ma che sono nato a Roma nel lontano ’71, quello lo so.

Qual è stata la tua formazione e come ti sei avvicinato alla fotografia?
Mi sono avvicinato alla fotografia da autodidatta. Credo intorno ai 15 anni rubando la macchina fotografica di mia sorella. solo verso i 17 ho cominciato a fotografare “coscientemente” in B/N.

Quali sono le tue fonti di ispirazione? Chi i tuoi maestri?
La mia fonte primaria è sempre e comunque il cinema, magari quello in B/N di Fellini con la fotografia di Gianni Di Venanzo o quella di Sven Nykvist nei film di Bergman. Per me l’immagine è sempre mutuata dal grande schermo e quindi orizzontale. Le foto in verticale mi sembrano sempre innaturali… Tra i fotografi italiani amo molto Ghirri e Basilico.

Quali sensazioni vuoi comunicare attraverso le tue fotografie?
La stessa sensazione di stupore e armonia che provo io di fronte alle foto altrui. Per aver visto cose che magari erano lì davanti ai nostri occhi ma che immortalate assumono un senso diverso e rivelano di sé cose insapettate.

Descrivi il tuo lavoro e le tecniche che usi. Leggo inoltre sul tuo profilo che hai “ingaggiato una dura battaglia contro la tecnologia digitale”. Come mai?
La tecnica, se mai ne uso una, è quella di essere molto severo e fare mio l’insegnamento di Cartier-Bresson quando diceva di scattare una foto pensando che fosse l’unica che hai a disposizione. In questo modo sviluppi la capacità di vedere una cosa anticipatamente e sapere già se vale la pena scattare o meno. Il digitale lo frequento con soddisfazione solo per il colore ma il b/n per me sarà sempre quello analogico.

Da cosa nascono le tue fotografie? C’è un interesse per la “serie” o ragioni in termini di singole immagini?
Tranne quando abitavo a New York e ho fatto una serie sui quartieri della città e un’altra volta sull’Israele, per il resto penso sempre alla foto singolarmente. E’ vero che si ritrovano dei punti in comune, un filo rosso, nei miei lavori, ma quello dipende credo dal fatto che il mio occhio continua ad essere colpito da certe forme e da certe simmetrie.

Oltre che fotografo sei anche giornalista, critico cinematografico e regista. Quanto e in che modo tutte queste tue personalità influenzano la tua fotografia?
Come dicevo già prima, l’ispirazione primaria è sempre e comunque il cinema. Mi piace passare con disinvoltura da un media a un altro, cercando di sfruttare al meglio le possibilità che questo ti dà. Non credo ci sia niente di sbagliato nel non volersi definire o cristallizzare in un ruolo.

Nelle tue fotografie si colgono interessi diversi: dall’architettura alle immagini documentaristiche passando per scatti più intimi e delicati. Come si conciliano questi vari sguardi?
Le architetture mi affascinano per il fatto che spesso nascondono un pensiero dietro, un progetto dell’uomo per inserirsi al meglio nel contesto. Non mi piace il reportage con le persone perché scattando una foto a loro insaputa mi sembrerebbe di fare loro una violenza. Molto meglio con il ritratto quando il soggetto è consenziente.

La maggior parte delle tue fotografie è stata scattata all’estero. Caso o scelta?
Abito a Roma, una delle città più belle e fotografate del mondo. Non riesco a fotografarla perché mi sembrerebbe di fare qualcosa che hanno fatto in molti e meglio prima di me. Lo stesso discorso vale per città come Parigi o New York, dove il rischio del cliché è sempre in agguato (in questo senso la mia serie su New York non è certo innovativa…). Poi ci sono dei posti che sembrano ancora vergini, dove l’occhio umano si è poggiato fuggevolmente e questi sono i più belli da fotografare…

Ritieni che sia dato sufficiente spazio agli artisti emergenti nei canali istituzionali? Come ritieni che si possano superare i limiti dell’arte ufficiale?
Non mi ritengo un artista e non mi sono mai prodigato molto per emergere quindi non posso lamentarmi. Sicuro però è che l’talia è un pase governato a tutti i livelli da vecchi e questo ha sviluppato un’atteggiamento reazionario che non facilita le nuove generazioni ad imporsi ne’ ad essere prese sul serio.

Quali sono i tuoi prossimi impegni e progetti?
Al momento continuo a viaggiare per il mondo con un documentario che ho fatto e che viene ospitato a molti festival. Quando faccio la valigia la prima cosa che preparo è la mia Pentax K1000 pensando già alle foto che farò.

(In apertura: Luca Ragazzi ritratto da Gustav Hofer).

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